La videoconferenza è il metodo che l’amministrazione penitenziaria, in accordo con il Ministero della Giustizia, ha trovato per evitare le udienze in presenza del recluso. Da qualche anno viene utilizzata sempre più spesso all’interno delle carceri e il pericolo del contagio Covid ha incentivato ancor di più questa pratica. Inizialmente le motivazioni erano legate alla “pericolosità” del prigioniero o alla distanza tra il luogo di reclusione e tribunale nel quale si svolge il processo. Già prima del Covid il suo utilizzo si stava allargando, sostanzialmente perché in questo modo le guardie si evitano il viaggio e il giudice si evita la “scomodità” di avere un detenuto in aula. In questo modo le possibilità del detenuto di farsi sentire o esprimere un opinione sarà molto più debole: basta un click per spegnere la videocamera o per azzerare il volume. Oltre che in questo modo il detenuto viene privato della possibilità di incontrarsi con eventuali coimputati o semplicemente di viversi una giornata diversa da quella passata dietro le sbarre.

Durante il periodo della pandemia il metodo della videoconferenza è stato utilizzato anche per quanto riguarda la didattica penitenziaria o i rapporti con gli assistenti sociali, laddove queste cose non sono state bloccate del tutto.