Secondo l’art. 42 dell’Ordinamento Penitenziario “il detenuto deve scontare la pena nel luogo più vicino alla famiglia”. Questo è il classico esempio di quanto la “legge” conti poco davanti al volere delle amministrazioni penitenziarie. Questo articolo molto spesso viene infatti “dimenticato” e ci sono numerosi casi di detenuti che vengono spediti lontani dai loro luoghi di residenza. Spesso, con la giustificazione che in prossimità dei luoghi di residenza non è presente una struttura “adatta” alla detenzione, il prigioniero viene spedito in luoghi lontani, rendendo difficilissimi i contatti con la famiglia. La Sardegna ha un passato significativo per quanto riguarda il tema della “territorialità della pena”, per diversi motivi. Essendo la regione dello Stato italiano con più carceri di massima sicurezza molto spesso i detenuti vengono spediti nelle carceri sarde, da una parte per sfruttare l’insularità che diventa un ostacolo ancora più grande per i familiari e dall’altra per creare una popolazione carceraria che non ha alcun legame con il mondo che c’è fuori. Il caso di Massama, in cui i prigionieri sardi sono un numero esiguo, è emblematico. Se ci pensiamo è molto più semplice che la gente che vive intorno si “dimentichi” di una struttura carceraria se all’interno non c’è nessuno che conosce. Inoltre storicamente è capitato molto spesso che i detenuti sardi venissero spediti in continente per scontare la pena, per spezzare quei legami di conoscenza e solidarietà con il mondo esterno. Negli anni novanta la questione generò delle proteste e si formò anche un “Comitato di Solidarietà con il Proletariato Prigioniero Sardo Deportato”.